Arte-Spettacolo
  • Ottobre 7th, 2016

I casi di cronaca degli ultimi dieci anni registrano un’impennata di aggressioni, attacchi alle associazioni per i diritti delle persone LGBT, suicidi di giovani omosessuali, discorsi d’odio pronunciati da politici, esponenti della chiesa, personaggi del mondo dello sport e dello spettacolo.

Dalla «pulizia etnica contro i culattoni» auspicata da Giancarlo Gentilini nel 2007, allora prosindaco leghista di Treviso, al «froci in squadra?

Meglio di no» di Antonio Cassano, nel 2012 ai campionati europei di calcio, passando per le tragiche morti di studenti irrisi per la loro presunta omosessualità, questo è il contesto socio-culturale nel quale sono immerse le giovani generazioni dell’Italia di oggi.

Omofobia e transfobia fanno parte di una sub-cultura di massa, dentro la quale impariamo a priori a giudicare la vita di milioni di esseri umani che hanno la “colpa” di non essere individui che si innamorano o provano attrazione fisica per altri di sesso opposto.

Il veicolo primario di questo complesso di pregiudizi, stereotipi e diffidenze è proprio il linguaggio. Il gay, nello specifico, diventa una sorta di uomo nero e clown allo stesso tempo: qualcosa di cui avere paura quando se ne parla e qualcuno da deridere pubblicamente quando ci si trova di fronte alla sua esistenza reale o, peggio ancora, presunta.

Dario Accolla indica che lo scopo di questo lavoro è analizzare in quali forme si verifica il processo di “costruzione linguistica del diverso”, in uno dei luoghi nevralgici della formazione dell’identità di ognuno/a di noi: la scuola. Tale costruzione parte da secoli e secoli di pregiudizi scaturiti da motivazioni di tipo antropologico, culturale o religioso.

Contrariamente ad altre categorie discriminate, come ad esempio neri o ebrei o più recentemente i rom, gli appartenenti a quella che chiameremo alternatamente gay community, comunità LGBT o “popolo arcobaleno” non sono fisicamente distinguibili – ad eccezione delle persone trans e sebbene la discordanza con il genere di appartenenza (mascolinità per le donne e effeminatezza per i maschi) sia considerata un indizio di omosessualità – per cui si disprezza una categoria sociale prima ancora di (ri)conoscerla.

La peculiarità delle forme di odio e sospetto verso omosessuali e transessuali merita, perciò, nelle pagine seguenti un’attenta trattazione a cui si dedicherà il primo capitolo per poi vedere, nel secondo, quali forme questi sentimenti assumono nelle interazioni giovanili, analizzando origini e dinamiche del bullismo e soffermandosi sulla tipicità di quello omo-transfobico.

fonte: bookrepublic.it