Salute
  • Novembre 30th, 2015

Dal 1984 a dicembre 2014 i casi di AIDS residenti in Veneto sono stati 3.696, dei quali 2.502 deceduti con una letalità complessiva del 67,7%, più forte fino alla prima metà degli anni ’90 e poi in calo dall’introduzione (nel 1996) della terapia “Haart”. A dicembre 2014 si stima che i casi “prevalenti” (presenti e viventi in Veneto) siano 1.194.

Per quanto riguarda l’infezione da HIV, dal 1988 (anno in cui la Regione Veneto, prima in Italia, istituì un sistema di sorveglianza) ad oggi in Veneto sono state segnalate 12.685 nuove diagnosi. Dal 2002 al 2014 il numero delle nuove infezioni si è stabilizzato attorno ai 320 casi annui.

Sono questi alcuni dei moltissimi dati analitici contenuti nel nuovo Rapporto AIDS-HIV, realizzato a cura del Settore Promozione e Sviluppo Igiene e Sanità Pubblica della Regione, e diffuso oggi in occasione della giornata mondiale contro l’Aids che si terrà domani, 1 dicembre.

La lettura dei dati da parte degli esperti ha confermato di fatto una nuova realtà, non meno complessa, nella quale i casi di AIDS e HIV sono diminuiti per poi stabilizzarsi, e le nuove cure progressivamente introdotte ed erogate gratuitamente stanno portando il quadro verso una sorta di nuova “cronicità”, nell’ambito della quale crescono le necessità curative e assistenziali, collegate all’allungata attesa di vita di sieropositivi e malati conclamati. Da notare che negli ultimi due anni, nel Veneto, non è stato registrato nessun decesso.

Rispetto all’Aids, complessivamente il 77,4% dei casi si è verificato nei maschi. L’età media dei casi affetti da AIDS è progressivamente aumentata negli anni, passando per i maschi da 33 anni nel 1990 a 42 nel 2014 (con un massimo di 47 anni nel 2013). Per le femmine l’aumento dell’età media è stata più altalenante, crescendo progressivamente dal 2010, raggiungendo un massimo di 44 anni nel 2010 ed arrivando a 40 anni per il 2014.

Se consideriamo la nazionalità dei casi di AIDS tra i residenti in Veneto, si osserva un progressivo aumento del numero di casi tra gli stranieri, correlato anche al forte movimento migratorio negli ultimi anni. Nel periodo 2000-2014 la quota media di soggetti stranieri con AIDS è circa del 30%, raggiungendo il picco massimo del 46,8% nel corso del 2010. Nel 2014, il 43,1% delle nuove diagnosi di AIDS è stato diagnosticato in stranieri. All’interno del territorio regionale, le province che, nel corso del 2014, presentano il maggior tasso di incidenza di casi di AIDS sono quelle di Vicenza e Verona.

Negli anni sono andate ad esaurirsi categorie a rischio come i soggetti trasfusi, gli emofilici e i bambini, mentre è progressivamente aumentata la proporzione relativa di casi attribuibili a trasmissione sessuale, che nell’ultimo quinquennio dal 2010 al 2014 è stato il fattore di rischio maggiormente presente, come indicato nel grafico sottostante. Risulta anche evidente, con la stratificazione per sesso dei fattori di rischio, come i tre quarti dei casi di nuove infezioni di HIV nelle femmine (ultimo quinquennio) siano avvenuti con rapporti eterosessuali, mentre nello stesso periodo, la percentuale maggiore per i maschi, sia legata ai rapporti omosessuali.

L’assistenza ai pazienti con infezione da HIV in Veneto è affidata ai Centri di Malattie Infettive, dislocati nei capoluoghi di provincia (Belluno, Padova, Rovigo, Treviso, Venezia-Mestre, Verona, Vicenza) e in due altri centri locali (Santorso in provincia di Vicenza e Legnago in provincia di Verona). In questi centri è possibile fare il test per HIV in modo anonimo e gratuito e senza impegnativa del Medico di Medicina Generale, inoltre vengono presi in carico i pazienti con infezione documentata. La privacy dei pazienti è assicurata secondo quanto previsto dalle normativa nazionale (legge 135/90) e regionale e una volta documentata l’infezione, è prevista una esenzione della quota di partecipazione (ticket) che rende le procedure diagnostiche e terapeutiche esenti da pagamento.

Le terapie messe a disposizione non sono in grado di eliminare l’infezione e portare a guarigione ma sono in grado di sopprimere completamente la replicazione del virus assicurando la sopravvivenza dei pazienti e la loro qualità di vita comparabile ai pari età non infetti da HIV. Affinché questo avvenga è però necessaria una diagnosi precoce, essendo le diagnosi tardive gravate da un notevole eccesso di mortalità e morbilità. Purtroppo ancora più del 50% delle diagnosi viene effettuata tardivamente influendo negativamente nel raggiungimento degli obiettivi terapeutici; un problema che è legato principalmente alla sottostima individuale del rischio di trasmissione (sottostimando la probabilità di essere state infettate, le persone non si sottopongono al test e giungono alla diagnosi solo in presenza di sintomi severi, che compaiono quando le difese immunitarie sono già molto depresse).

La maggior parte delle nuove infezioni da HIV sono legate al comportamento delle persone infette che non essendo ancora a conoscenza della loro infezione “disseminano” inconsciamente il virus HIV (si calcola che il 54% delle nuove infezione sia dovuto ad un 25% di persone con HIV non ancora a conoscenza della loro infezione). E’ accertato che le persone in trattamento efficace per HIV sono molto meno contagiose di quelle non trattate e questo dato ha dimostrato che l’aumento delle persone in trattamento diminuisce l’incidenza (nuovi casi) nella comunità.

“La guerra non è vinta, molte battaglie sì. Informazione e prevenzione sono le nostre armi, sinora efficaci. Continuiamo così anche nel Piano di Prevenzione 2014-2018 e puntiamo anche alla Peer Education: formare i ragazzi più grandi in modo che possano trasmettere le conoscenze e le competenze acquisite ai più ‘piccoli’”. Con queste parole, l’Assessore alla sanità della Regione del Veneto commenta gli esiti del Rapporto AIDS-HIV diffuso oggi dal Settore Promozione e Sviluppo Igiene e Sanità Pubblica, in vista della giornata mondiale contro l’Aids che si terrà domani.

“Da un decennio almeno – ricorda Coletto – la Regione del Veneto non abbassa la guardia rispetto la tematica dell’HIV, investendo nell’avvio e nel consolidamento di programmi di educazione alla salute della popolazione, in particolare i giovani, garantiti nel tempo, uniformi e il più diffusi possibile a livello regionale raggiungendo decine di migliaia di studenti delle classi III° degli Istituti secondari di II° grado veneti (dal 2009 al 2014 il programma educativo di prevenzione dell’HIV/MST ha coinvolto 169 Istituti secondari di II° grado, 1.700 classi III° e 36.900 studenti). Nell’attuale Piano Regionale Prevenzione 2014-2018 – dice Coletto guardando al futuro – è previsto un programma specifico di prevenzione di comportamenti a rischio: HIV/MTS, ma anche alcol, tabacco e sostanze psicoattive illegali basato sulla metodologia innovativa, quanto efficace, della peer education che si fonda sulla capacità dei ragazzi, opportunamente formati, di trasmettere le loro esperienze e competenze ai coetanei di qualche anno più piccoli. Sono le giovani generazioni – conclude – quelle su cui puntare per difendere la società veneta del futuro dai rischi sanitari, sempre più collegati a comportamenti di vita a rischio”.

Ufficio Stampa Regione Veneto