Evo-K è l’ultimo progetto di Kam Caninage, musicista, dj e produttrice originaria del Lago di Garda. Una tipa tosta, che si è fatta passo dopo passo tutta la gavetta, passando dalle prime esperienze all’interno di rock band di provincia ad una carriera professionale che le ha guadagnato una posizione di rispetto nel panorama internazionale delle musica elettronica. Sì, internazionale. Perché oggi Kam suona in giro per il mondo, da Parigi a San Pietroburgo a Miami, portando con sé la sua personale visione della house – che lei non esita a definire “commerciale” – e la sua appassionata visione delle cose. Infatti, oltre ad essere dj, Kam è donna, imprenditrice di se stessa e genuina interprete dell’essere gay, senza maschere né finzioni né esibizioni stereotipate. Una storia interessante quella di Kam Caninage, che ha attratto l’attenzione anche del magazine britannico Diva. Le abbiamo chiesto di raccontarcela.

Come sei diventata una dj professionista? So che è il risultato di una lunga gavetta, raccontacela.

Sì una lunga, lunghissima gavetta, iniziata ancora quando ero molto piccola, poco prima dell’adolescenza. Le prime esperienze con musicisti e gruppi locali, un percorso di studi (inizialmente canto e poi altri strumenti), la mia passione per i dischi e la consolle, poi i primi concorsi e collaborazioni di vario genere. Negli anni a seguire il tutto si è intensificato, sia a livello di studi che di collaborazioni, e sono arrivati i primi impegni lavorativi interessanti che mi hanno fatto capire che ero sulla strada giusta o, meglio, sulla strada che avrei desiderato percorrere per la mia vita!

Hai suonato anche in un gruppo rock, gli Evolution, è vero?

Sì, gli Evolution sono stati il mio ultimo progetto “band” prima di dedicarmi in modo totale al djing. Ancora prima, Evolution erano un gruppo rock cover che avevo fondato a Bologna, poi il progetto ha preso una strada fortemente elettronica e la sede si è spostata in Trentino. Nello spesso periodo ho realizzato il mio primo disco inedito e conseguentemente gli Evolution sono diventati la band con cui portavo in versione live le mie canzoni inedite. Pensa che uno dei musicisti dell’ultimo “periodo Evolution”, che resta ad oggi il miglior chitarrista con cui io abbia avuto il piacere di collaborare, è proprio un ragazzo di Bolzano, Andrea Demasi, con cui ho condiviso anche qualche bel palco all’estero… Grande Dema, ti ricordo sempre con tanto affetto! Non molto tempo dopo, ho terminato la mia metamorfosi artistica grazie alla quale ho fatto nascere il progetto Evo-K, passando così dall’ultima fase Evolution al progetto personale come producer e dj. Sentivo chiaramente che era arrivato il momento di fare la svolta decisiva per la mia carriera artistica.

Al di là delle etichette (house, electro-house, techno, dubstep), come racconti la tua musica a chi non la conosce?

Mi piace definire il progetto Evo-K, e quindi il mio mondo musicale, così: Evo-K è musica da esportazione. Evo-K è sinonimo di outsider. Evo-K è un ambizioso progetto musicale che coinvolge dj e produttori di varie nazionalità. Evo-K è un modo di pensare e suonare orgogliosamente fuori dagli schemi della musica italiana. Come ripeto ormai da anni, il mio più grande desiderio è di riuscire a comunicare attraverso la musica tutto ciò che nessun altro linguaggio riesce a esprimere. Senza comunicazione, per me, “fare musica” non ha alcun valore. La mia musica s’ispira alle esperienze di tutta la mia vita: viaggi, passioni, dolori, gioie, lacrime, desideri, amori, sogni, rinunce… tutto il mondo che ruota intorno a me e, sicuramente, la mia constante ricerca di libertà. L’ascoltatore può percepire queste emozioni ed esperienze attraverso ogni nota, I dress every note with emotion.

Tre nomi dei dj/produttori che ti hanno maggiormente influenzato?

I miei gusti musicali dipendono molto dal periodo e dallo stato emotivo nei vari momenti della mia vita. Sicuramente alcuni fra i produttori che mi hanno influenzata negli ultimi anni sono Denzel Park, l’olandese Nick van de Wall (Afrojack) e l’americano Wolfgang Gartner.

 

La tua proposta musicale è dichiaratamente “commerciale”, cioè pensata per una vasta vendita. Al di là della passione, sembri coltivare un interesse particolare per la sviluppo imprenditoriale della tua attività, è così?

Beh sì, certamente. La mia vita è totalmente dedicata alla musica da moltissimi anni, da quando, come ho detto prima, ero adolescente e stavo per perdere l’ultimo anno di liceo perché la musica mi assorbiva praticamente al 100%. Ho dedicato tutta me stessa a inseguire il mio sogno musicale. Con questo tipo di percorso arrivi per forza di cose al momento in cui ti trovi davanti ad un bivio: mettere la musica nel “cassetto delle passioni” e portarla avanti solo come hobby, come “contorno” della propria vita, oppure scegliere la strada più rischiosa e difficile in cui tenti il tutto per tutto per poterla sviluppare a livello professionale. Io scelto la seconda strada, per la quale poi non esistono mezze misure: o cerchi di avere un prodotto che possa piacere alla massa, oppure rischi di rimanere talmente underground da non riuscire a fare della musica la tua attività principale. Ci tengo, però, a precisare che per me “commerciale” non significa snaturarmi o, peggio ancora, non soddisfare più la mia vena artistica. Cerco sempre di esprimere tutto ciò che desidero, nei testi, negli arrangiamenti, nelle linee vocali, e di comunicare per arrivare al maggior numero di persone possibili.

In quanto artista donna e lesbica, affronti con forza due barriere culturali molto resistenti: quella che pone le donne relegate in posizioni subalterne e quella che rinchiude le persone omosessuali dentro un recinto di pregiudizi e discriminazioni. In che modo la tua attività contribuisce, al di fuori dei circuiti GLBTQ, a queste battaglie di emancipazione?

Diciamo che preferisco che il mondo mi veda e mi conosca come “artista donna”, il fatto che io sia gay non lo vedo predominante nella mia musica. Non amo le etichette e la mia omosessualità fa parte ovviamente della mia vita privata. Sicuramente non l’ho mai nascosta, e mai la nasconderò, anzi l’ho sempre vissuta in modo molto aperto, libero e spontaneo. Sarebbe alquanto innaturale chiedere a un artista eterosessuale di nascondere il proprio orientamento sessuale. Mi chiedi se sono lesbica? Assolutamente sì. Mi chiedi se il mio orientamento sessuale deve essere esibito insieme alla mia arte? No, non voglio né strumentalizzare la cosa, né nasconderla. Per quanto riguarda invece le “battaglie di emancipazione”, io rappresento un esempio di artista che, al contrario di molti artisti nazionali che in tanti anni di attività non hanno avuto il coraggio di “togliersi la maschera”, interpreta in maniera trasparente la propria professione. Quando posso, appoggio volentieri ed esplicitamente battaglie, eventi o azioni a favore dei diritti GLBTQ e non solo di quelli. Poi, nei testi di molte mie canzoni, cerco di inserire riferimenti molto forti al mio pensiero e alla mia voglia di lottare contro le barriere culturali e i pregiudizi verso il mondo femminile e qualsiasi altro tipo di diversità.

La tua musica è distribuita da diverse etichette in Germania, Israele, Ungheria, Australia, USA… e hai suonato in mezzo mondo, dalla Russia all’Egitto al Nord America. Ma in Italia? Quello con il tuo Paese non è oggi un rapporto facile, giusto?

In Italia, tornando indietro di qualche anno, ho suonato moltissimo, anzi è in assoluto il paese in cui ho fatto più spettacoli. Certo mi darebbe molta soddisfazione oggi potermi esibire in Italia, restando pur sempre la mia terra. Non sono io a evitarla, semmai è esattamente il contrario, purtroppo. Sicuramente non influisce la mia omosessualità, proprio perché non è un aspetto che metto in primo piano nel mio progetto artistico e nelle mie promozioni. Evo-K non è un’icona del mondo gay italiano, per cui potrei avere problemi a far crescere il mio nome considerati quanti pregiudizi ha ancora oggi il nostro paese in merito. Direi piuttosto che, finché mi limitavo a confezionare e suonare live musica “old style” e non uscivo dagli stili e dai generi stantii della cultura musicale italiana, adatta al mercato italiano, tutto andava bene, avevo un buon giro di lavoro e di distribuzione. Ma dal momento in cui ho deciso di pretendere un po’ di più dalla mia musica, ampliando le mie conoscenze artistiche e tecniche per poter collaborare anche con dj, musicisti e produttori stranieri, ecco che le porte di colpo si sono richiuse, dopo tutta la fatica che avevo fatto per aprirle. Tuttavia io non sono disposta ad abbassare la qualità del mio prodotto o a limitare la mia vena artistica per “rinchiuderle” nei canoni richiesti dall’industria musicale italiana.

Tornando all’aspetto imprenditoriale della tua attività, hai siglato delle partnership con importanti marchi, She+She, Reloop e Vioel, di cosa si tratta?

Vioel è un marchio di abbigliamento street, surf, skate & hip-hop, made in Italy al 100%. Ho siglato una partnership con Vioel perché è un brand che non vuole seguire i fragili e mutevoli canoni della moda, ma è contraddistinto dalla voglia di essere e non di apparire. She+She è, invece, un’azienda italiana con sede a Perugia. Il loro progetto nasce dal desiderio di riconoscibilità espresso dal mondo gay e gay friendly, e dall’orgoglio di vivere senza pregiudizi ogni giorno. She+She rappresenta un’esibizione “pulita”, non sfacciata e tradizionalmente “gaya”. Per questo a inizio 2012 ho accettato di diventare loro testimonial, appoggiando pienamente la loro mission. Quanto a Reloop, si tratta del marchio tedesco più importante sul mercato globale nel campo della strumentazione per dj. Tramite la Soundwave Distribution, è indubbiamente la partnership più interessante che ho avuto modo di siglare quest’anno. Sono la prima endorser e ambasciatrice per l’Italia dei loro prodotti per il djing e per me questo è davvero un grandissimo onore.

fonte: http://franzmagazine.com