A capofitto nella vita di Carlo G. Gabardini

Caro Diario, oggi ho letto Trevor e mi è piaciuto parecchio, perché in modo delicatissimo dice le cose come stanno, come le penso, come in quest’ultimo anno  mi son trovato più volte a dirle anch’io. Trevor queste cose le scrive mentre le vive; non fa della teoria, mostra la pratica.

È sbagliato andarsene in giro a pretendere che qualcuno renda pubblica la sua sessualità se lui/lei non se la sente. Secondo me ha ragione. Io non voglio convincere nessuno a fare coming-out. Penso che il coming-out non sia solo il momento in cui lo dici ai tuoi genitori, ai tuoi fratelli, alle tue sorelle, ai tuoi amici; penso che innanzitutto sia il percorso durante il quale lo dici a te stesso, fai i conti con questa consapevolezza, ti accetti; è una strada lunga, intima, personalissima e dunque priva di regole o imposizioni.

Credo che ognuno debba scegliere i propri tempi in autonomia, senza pressioni esterne; e penso anche che nel frattempo dovrebbe godersi una fase di sperimentazione, che è straordinaria, e che molti chiamano adolescenza anche se tutti sperano duri molto più a lungo, perchè è troppo bello vivere quando tutto ti accade per la prima volta.

Io penso ci si metta una vita intera a diventare bambini. Quelli che con l’'intento di ferirmi mi urlano Carlo, ma quando cresci?!” Non sanno quanto in realtà mi rendano felici; per me vale un po’ lo stesso quando, seppur usando una parola orrenda e offensiva, mi danno del ricchione, perchè io sono felice di essere gay.

Però sul coming-out so una cosa che prima non sapevo e ci tengo a dirtela. Alla fine del 2013, era una domenica, torno a casa molto tardi (era già lunedì, ma non ditelo a mia mamma) e scopro che un ragazzino si è ammazzato per questioni di omofobia. Io ho grande rispetto per chi si suicida, però penso che la propria identità sessuale non possa minimamente essere un motivo per decidere di farla finita. È come uno che si ammazza perchè è biondo, o mancino, o perchè hanno finito il suo panino preferito in paninoteca, o perchè lo prendono in giro perchè è grasso.

E poi penso anche che per ammazzarsi c’è sempre tempo, e se uno non fa in tempo ci pensa il tempo, perchè l’unica certezza è che moriremo tutti: biondi, mancini, omofobi, gay, etero, ricchi, poveri, simpaticissimi, stronzi, tutti; e probabilmente ci accadrà in un attimo di distrazione e quando meno ce lo aspettiamo, quindi nell’attesa conviene stare bene e cercare di essere felici, noi e tutti gli altri.
Il suicidio di quel ragazzo mi ha fatto sentire così impotente e disperato che non mi è venuto in mente nulla di più intelligente che mettermi a piangere.

Poi, per una volta, invece di vomitare la mia rabbia fra le pagine di questo diario, ho scritto una lettera, credo perché presuntuosamente ho pensato che se avessi potuto parlare con quel ragazzo gli avrei fatto del bene. E allora l’unica era trovare il modo per parlare a quei giovani che faticosamente scelgono di essere vivi.

Ho scritto che essere gay è bellissimo, che dobbiamo fortificarci e smetterla di vederlo come un problema; ho scritto che dobbiamo far capire ai cosiddetti non-omofobi che ci accettano ma in realtà hanno sempre quello sguardo di comprensione misto a compatimento quasi a voler sottolineare che noi non saremo mai felici né avremo una vita piena come i nostri fratelli, che le cose non stanno affatto così; ho scritto che gli omofobi sono certamente persone che hanno dei problemi e quindi andrebbero aiutate – loro, non noi – e con un sacco di carezzine, perché stanno davvero male; ho scritto che ci si innamora di chi ci s’innamora. Punto.

Nelle ultime tre righe della lettera, che non pensavo minimamente sarebbe finita sulla prima pagina di la Repubblica, faccio anche il mio personale coming-out. Ecco, la cosa che non sapevo è quanto fare coming-out sia foriero di energia vitale. Beh, ero molto stupido, perché a pensarci bene, come potrebbe essere altrimenti? Fare coming-out significa urlare al mondo chi sei, cosa sogni e desideri, chi sono le persone che ami; significa prendere la propria vita in mano e cominciare a viverla. La tua vita vera, l’unica che hai, non quella che chi ti sta attorno ha disegnato per te ma con le proprie aspettative.

Come potrebbe questa dichiarazione fondamentale non cambiarti la vita? Io penso che il coming-out non sia una questione riservata esclusivamente alle lesbiche, alle persone transessuali, ai gay, no: penso che sia di tutti. Uno che lavora alle Poste da vent’anni e invece sogna di fare lo scrittore, dovrebbe fare coming-out. Uno che studia Economia e invece desidera ardentemente gestire un bar, dovrebbe fare coming-out. Uno che ha un figlio ma ne vorrebbe tre, dovrebbe fare coming-out. Forse anche per questo essere gay è bellissimo, perché ci costringe a capire prima e in maniera più urgente che noi non siamo quello che gli altri hanno proiettato su di noi, che tutti siamo, in un modo o nell’altro, destinati a deludere le aspettative di chi ci sta intorno, per il semplice fatto che quelle sono le loro aspettative, spesso erronee, e non la nostra vita vera.

Tu sei tu, e non quello che gli altri pensano che tu sia o vorrebbero che tu fossi. Che poi scritta così sembra una frase da sussidiario per insegnare i tempi verbali agli stranieri. Di una cosa non ho dubbi: il mio coming-out più difficile è stato andare da mio padre a dirgli che io, al contrario di ciò che tutta la mia famiglia si aspettava da quando ho tre anni, non avrei fatto l'’avvocato, bensì avrei studiato per provare a fare l’attore. Chissà, forse anche per questo non gli ho parlato subito anche della mia omosessualità, perché i genitori, se gli sveli il tuo piano tutto d’un botto, di solito si preoccupano, si agitano, non capiscono e ci restano parecchio male. I genitori vanno educati con pazienza, come loro hanno fatto o cercano di fare con noi.

Poi Trevor nel suo diario scrive un’altra cosa: non è importante se io sia davvero gay o no. E io di nuovo sono d’accordo. La vera cosa che invidio alla gioventù di oggi è che loro, ho la sensazione, si stanno dando il tempo di capire: vivono, si innamorano senza porsi limiti di sorta. Sembra quasi di vederli attraversare la vita senza escludere niente, rassicurandosi così: ìE che ne so di cosa sono io? Io sono anche quello che sto diventando; aspettative di chi ci sta intorno, per il semplice fatto che quelle sono le loro aspettative, spesso erronee, e non la nostra vita vera.

Tu sei tu, e non quello che gli altri pensano che tu sia o vorrebbero che tu fossi. Che poi scritta così sembra una frase da sussidiario per insegnare i tempi verbali agli stranieri.

Di una cosa non ho dubbi: il mio coming-out più difficile è stato andare da mio padre a dirgli che io, al contrario di ciò che tutta la mia famiglia si aspettava da quando ho tre anni, non avrei fatto l’'avvocato, bensì avrei studiato per provare a fare l’'attore.

Chissà, forse anche per questo non gli ho parlato subito anche della mia omosessualità, perché i genitori, se gli sveli il tuo piano tutto d’un botto, di solito si preoccupano, si agitano, non capiscono e ci restano parecchio male. I genitori vanno educati con pazienza, come loro hanno fatto o cercano di fare con noi.

Poi Trevor nel suo diario scrive un’altra cosa: non è importante se io sia davvero gay o no.

E io di nuovo sono d’accordo. La vera cosa che invidio alla gioventù di oggi è che loro, ho la sensazione, si stanno dando il tempo di capire: vivono, si innamorano senza porsi limiti di sorta. Sembra quasi di vederli attraversare la vita senza escludere niente, rassicurandosi così: ìE che ne so di cosa sono io? Io sono anche quello che sto diventando; fatemi vivere e col tempo lo capirò”. È come se tutti si concedessero di nascere pansessuali e col tempo assecondare le proprie inclinazioni. E a me sembra un vivere migliore del nostro, profondamente più saggio. Poi a un certo punto smettono di farlo ma non per scelta loro, bensì per colpa nostra, di chi gli sta intorno, di chi detta regole antiche perchè la novità, anche se migliorativa, fa sempre paura. Come anche la libertà.

Siccome io penso che la differenza fra etero e gay sia la stessa che passa fra chi fa colazione con la marmellata e chi preferisce la nutella, adoro i giovani che si prendono la libertà e il diritto di non decidere, e scelgono di stare centrati, aperti e con gli occhi spalancati sul mondo e anche su loro stessi per vedere l’effetto che fa.

Mentre ci si prende tutto il tempo che serve, va soltanto tenuto a mente che non sei da solo: non sei l’unico, non sei il primo che sta attraversando esperienze difficili, c’è chi può aiutarti, consigliarti, anche convincerti che fare di testa tua, a volte, è la strada migliore.

Questa di chiedere aiuto, tienila lì come possibilità, anche remota, ma pur sempre una possibilità da vagliare in caso di bisogno o di dubbio insormontabile in solitudine.

Il bello di Trevor è che non è solo un libro, è un progetto: il Trevor Project, appunto. PerchÈ è importante che uno non si senta solo, anche se poi le scelte della propria vita le prenderà in autonomia. E quindi c’è anche un numero di telefono al quale potersi rivolgere. Però, siccome ogni volta che uno ha un dubbio o un problema diventa un po’ dispendioso chiamare negli Stati Uniti e parlare inglese, è importante sapere che numeri di TelefonoAmicoGay esistono anche in Italia e non aspettano altro che tu gli faccia una domanda difficile.

Una volta un mio fidanzato mi ha detto “Carlo, com’è doloroso amare”. È vero, spesso lo è, ma preservarsi dall’amore, negarlo, relegarlo fra le cose non fondamentali, non mi sembra proprio una strada percorribile. Trevor si butta a capofitto nella vita e onestamente non trovo altre soluzioni possibili, per vivere e per trovare il proprio amore. Anche perchè, come mi ha detto mia mamma: gay va bene, single no.

Adesso devo andare, caro Diario, perchÈ scrivere qui è bellissimo, ma vivere poi è più bello.